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sabato 6 aprile 2013

A'nteprima: gli ultrasuoni del gusto

Daniel Facen mi accoglie nella sua cucina-laboratorio  nel più semplice dei modi, con una stretta di mano, sorriso, occhi attenti dietro gli occhiali a metà tra artigiano e scienziato, e non smette di assemblare piatti, sotto l'occhio della telecamera, mentre inizia a raccontarsi.

Siamo da A'nteprima, a Chiuduno, tra i templi della ristorazione bergamasca, una stella Michelin e sedici punti per l'Espresso, ma soprattutto in uno di quei pochi laboratori della gastronomia in grado di portare avanti in modo serio il connubio tra cucina e sperimentazione.

Chi lo conosce solo per sentito dire, etichetta Daniel come uno dei proseliti di Ferran Adrià, ma la verità è un'altra, anzi doppia: non solo Daniel ha sviluppato la sua ricerca in autonomia e in parallelo a quella del boom della cosiddetta cucina molecolare, ma è anche andato oltre nell'unico modo sensato possibile, ossia sfruttare tecnologia e sapere scientifico per costruire piatti comunque riconoscibili e riconducibili alla tradizione, qualunque cosa questa parola voglia dire.

La carbonara, il filetto, il merluzzo, le olive, tanto per citare alcuni pezzi, sono ciò che i nomi annunciano, ma la tecnica di preparazione si avvale di strumenti e procedure di altissima levatura.

Che poi, durante il percorso di degustazione, Daniel si diverta a sferificare il melone proprio per citare il suo percorso formativo, non guasta, anzi, ravviva l'esperienza.

Grazie al sostegno della famiglia Tallarini, lo chef ha trovato la fiducia e i mezzi necessari per dar vita alla sua cucina e alla sua ricerca.

Una ricerca che spesso lo porta a inventare ben oltre ciò che riesce a offrire in carta, al punto che - mi racconta - si vede costretto a frenare per non sperimentare a dismisura.

Nelle sue parole si scorge una visione lucida del cucinare, fatta di passione e rigore, di estro e competenza chimica, mai fine a sé stessa ma sempre orientata al risultato per il palato.

La cucina è tutta buona, afferma, se c'è professionalità, capacità e tecnica, ma dev'esserci spazio per tutto, per l'amatriciana, che è buonissima, così come per la ricerca.

Per l'iniziativa InGruppo, A'nteprima propone due menù, carne o pesce, ed è doveroso assaggiarli entrambi.

venerdì 28 dicembre 2012

Dahlak: l'Eritrea a Borgo Palazzo


Quando ancora c'era la Festa dell'Unità a Celadina, conobbi per puro caso la saporitissima cucina eritrea degli amici del Dahlak a Borgo Palazzo - la foto è tratta dalla loro pagina Facebook ed è stata scattata in occasione della festa di Borgo Palazzo - e da quel momento il mitico ristorante eritreo africano di Bergamo è tappa obbligata per almeno due o tre visite l'anno.

Il nostro caro Artusi affermò che la miglior salsa che possiate offrire ai vostri invitati è un buon viso e una schietta cordialità: bene, qui al Dahlak di questa salsa saporitissima ce n'è in abbondanza, ed è una salsa che apre la mente, oltre lo stomaco.

Una cucina di colori, profumi e sapori che definire intensi sarebbe insufficiente, generosa nelle dosi, appagante nella sua degustazione - visto che prevede l'uso delle mani - e che la vicinanza sempre discreta ma puntuale dei titolari veste di calore familiare.

Lo dico subito: per me venire al Dahlak significa soprattutto mangiare lo zighni' completo e le tamia, ma qui puoi trovare anche piatti condivisi con altre culture africane, come quella del Maghreb, per cui largo al cous cous come alla tajin.

Per non parlare dei biscotti e delle torte di fronte alle quali l'interesse etnico passa nettamente in secondo piano, lasciando il posto alla pura gola.